Il dubbio patologico: quando pensare troppo ci fa soffrire

Dubbio patologico

«Il dubbio è il trampolino di lancio del pensiero creativo, ma al tempo stesso è la molla del pensiero ossessivo».

(Giorgio Nardone)

 

Quando in Terapia Breve Strategica parliamo di dubbio patologico, ci riferiamo a una forma particolare di disturbo ossessivo, caratterizzata dalla presenza di domande alle quali la persona cerca di dare risposta mediante un ragionamento razionale, senza però riuscire mai a trovarne una certa.

Il rimuginare in maniera ossessiva può essere definito come una vera e propria “psicopatologia della vita quotidiana”, una trappola che genera profonda sofferenza psicologica.

Le complicazioni possibili che possiamo crearci a livello mentale sono pressoché infinite: possiamo tormentarci per qualcosa che appartiene al passato e non possiamo più cambiare, per qualcosa che stiamo facendo, ma della cui realizzazione dubitiamo, per risolvere una crisi amorosa o per prendere una decisione cruciale.

Il dubbio patologico può diventare talmente invalidante da costringere la persona a rimanere ore e ore nel proprio labirinto di domande e risposte, pensando continuamente sempre alla stessa cosa.

In questi casi, la razionalità viene estremizzata, trasformandosi da risorsa in limite.

Dal dubbio, con le migliori intenzioni, attraverso la ricerca di risposte rassicuranti, si giunge ad ottenere gli effetti peggiori, ovvero l’instaurarsi di una vera e propria forma di patologia (Nardone, De Santis, 2011).

 

Quando il dubbio diventa patologia

Quando nella nostra mente si presenta un dubbio indecidibile, che innesca interrogativi a cui non è possibile dare una risposta corretta e definitiva, si dovrebbe ricordare l’indicazione di Kant, filosofo della ragione: “Prima di sforzarsi di cercare le risposte si deve valutare la correttezza delle domande”.

Il rischio altrimenti, è quello di finire per costruire un gioco senza fine, in cui ogni tentativo di risposta, anziché sciogliere il dubbio, ne alimenterà di nuovi.

Kant suggeriva di formulare in maniera critica gli interrogativi, perché se ci si pone domande scorrette, si generano dei problemi irrisolvibili e si finisce inevitabilmente per soffrire.

 

I dubbi che provocano sofferenza

I dubbi che possono scatenare sofferenze psicologiche talvolta estreme si possono suddividere in tre categorie:

– il “controllo che fa perdere il controllo” ovvero cercare di dare spiegazioni razionali alle proprie sensazioni, emozioni e reazioni fisiologiche (“Amo davvero il mio partner?”, “Potrei essere omosessuale?”);

– il “pensare di non pensare”, ovvero tentare di distrarsi o di scacciare volontariamente i pensieri che generano ansia e paura, con il risultato che più li si combatte e più rimbombano nella propria testa;

– le “risposte corrette a domande scorrette”, ovvero il tentativo di rispondere in maniera certa e rassicurante a dilemmi indecidibili (“Mio figlio sarà un drogato?”, “Riuscirò mai ad essere felice?”).

 

Alcuni esempi di patologia del dubbio

 

1. La perversione della ragione

In questi casi, la persona pensa oltre il pensabile e ricerca mentalmente la verità non solo attraverso il ragionamento, ma mediante sperimentazioni concrete.

Molti giovani uomini ad esempio, per paura di avere tendenze omosessuali, cercano di studiare le proprie reazioni di fronte a differenti stimoli erotici, ma cercando di controllare volontariamente ciò che dovrebbero sentire spontaneamente, finiscono per alterare le loro percezioni.

 

2. L’iper-razionalizzazione

Questa seconda tipologia è rappresentata da quei soggetti che, in virtù del dubbio su cosa sia giusto o sbagliato fare, non riescono più ad agire.

Un esempio potrebbe essere l’operatore di borsa di successo che non è più in grado di svolgere il suo lavoro in maniera adeguata perché bloccato dalla valutazione dei pro e dei contro di ogni scelta.

 

3. L’inquisitore interno

È una delle varianti più sofferte di dubbio patologico perché si basa su sensi di colpa, reali o immaginari, che la persona si attribuisce.

Questo può essere il caso di un soggetto affetto dal dubbio di aver commesso, o di poter commettere gesti criminosi in preda a un raptus di follia.

 

4. Il sabotatore interno

In questi casi la persona ha paura di sbagliare qualunque cosa faccia e anche di fronte a un successo, si sente comunque insoddisfatta perché crede che avrebbe potuto fare di meglio.

Un esempio può essere lo studente modello che, finite le scuole superiori, va in crisi sulla scelta della facoltà universitaria.

 

5. Il persecutore interno

Questa tipologia di disturbo colpisce di solito chi ricopre un ruolo di responsabilità e non si sente all’altezza di fronteggiare le situazioni.

Il dubbio emerge solitamente con alcuni interrogativi: “Sarò in grado di fare questa cosa? Posso farcela a portare a termine la mia missione senza crollare?”

 

6. La delega patologica

La persona, in questi casi, a causa della sua insicurezza, delega la responsabilità delle proprie scelte ad altri che ritiene più capaci.

In questo modo però, pur sentendosi rassicurata e protetta, si sentirà sempre più incapace di decidere in prima persona.

 

Come risolvere il problema del dubbio patologico

Nel caso di dubbi improponibili e risposte indecidibili, l’intervento terapeutico consiste nel cercare di interrompere questo circolo vizioso.

A tale scopo, il terapeuta dovrà innanzitutto evitare di cadere nella trappola di voler offrire risposte e spiegazioni rassicuranti ai dilemmi del paziente, perché in questo modo rischia di diventare complice del suo problema.

Il paziente dovrà invece essere guidato a comprendere che la via d’uscita dalla sua sofferenza non è rappresentata dal cercare risposte, ma dal mettere in discussione la correttezza delle sue domande. La soluzione sta nell’annullamento del problema e delle sue matrici e non nella ricerca di risposte risolutive.

La terapia non richiede più di qualche mese e la percentuale di esiti positivi è decisamente alta, oltre l’80 per cento.

 

Non esistono risposte intelligenti a domande stupide

La prescrizione che solitamente viene assegnata alle persone che soffrono di dubbio patologico è la seguente: “Vorrei che lei tenesse a mente che nessuno può bloccare direttamente le domande, ma tutti siamo in grado di bloccare le risposte. Io vorrei che lei iniziasse a pensare che ogni volta in cui dà una risposta intelligente a una domanda stupida, crea ulteriori dubbi, sino a costruirsi un labirinto mentale nel quale finisce per perdersi… Da qui alla prossima volta che ci vedremo, quando in lei sorgeranno dei dubbi, avrà pertanto due possibilità: o bloccare le risposte per inibire le domande, o scrivere tutto ciò che si dibatte nella sua mente sino al suo estremo”.

Questa tecnica è finalizzata a far sì che il paziente, per evitare di trascrivere alla lettera tutti i suoi interrogativi e le relative risposte, blocchi queste ultime. Si tratta di creare un timore maggiore per cancellarne uno minore, ovvero di mettere una paura più grande contro una paura più piccola.

 

I miei consigli di lettura sul tema del dubbio patologico

All’interno del libro Cogito ergo soffro. Quando pensare troppo fa male” (Milano, Ponte alle Grazie, 2011), Giorgio Nardone e Giulio De Santis spiegano come il ragionamento razionale si possa traformare in una trappola che ci tormenta senza tregua, una dinamica perversa tra domande e risposte senza via d’uscita.

Gli autori affiancano ai presupposti teorici l’indagine clinica, proponendo soluzioni terapeutiche “calzate sul problema”.

Vengono esposte delle strategie utili, in un’ottica di problem solving strategico, per modificare i nostri autoinganni da disfunzionali in funzionali e per orientare ciò che ha condotto al costituirsi del disturbo a diventare la chiave della soluzione stessa.

All’interno di questo testo, vengono anche fornite delle indicazioni pratiche su come riuscire a modificare e a riorientare in maniera vantaggiosa il nostro modo di ragionare, di pensare e di riflettere, opponendo al dubbio patologico il dubbio terapeutico.

 

Bibliografia

  • Bartoletti, A. (2019): “Pensieri brutti e cattivi. Ossessioni tabù: come liberarsene”. Milano, Franco Angeli.

  • Nardone, G. De Santis, G. (2011): “Cogito ergo soffro: quando pensare troppo fa male”. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2013): “Psicotrappole, ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare a riconoscerle e a combatterle”. Milano, Ponte alle Grazie.