«Confessare una debolezza è un gesto di superiorità»
Dino Basili
All’interno della categoria di problemi denominati “patologie da blocco della performance” vengono generalmente incluse alcune problematiche molto comuni, come ad esempio, la paura di parlare in pubblico, il “vuoto mentale” in occasione di esami importanti o di colloqui di lavoro, la paura di arrossire, le “défaillance” sessuali ecc.
La principale tentata soluzione che mantiene il problema consiste, in questi casi, nel cercare di controllare ciò che in noi avviene spontaneamente, cosa che naturalmente provoca la perdita di controllo.
In altri termini, la paura di fallire, conosciuta anche con il nome di ansia da prestazione, potrebbe arrivare a compromettere alcuni nostri comportamenti naturali, proprio come nella famosa storiella del millepiedi: “Si racconta, in un’antica storia, che una volta una formica chiese ad un millepiedi: ‘Mi vuoi dire come fai a camminare così bene con mille piedi insieme, mi spieghi come riesci a controllarli tutti contemporaneamente?’ Il millepiedi cominciò a pensarci su e non riuscì più a camminare” (Nardone, 1993).
L’uomo moderno, in virtù della sua evoluzione e della sua capacità di gestire la realtà che lo circonda, ha creato il mito del controllo su ogni cosa. Questa tendenza tuttavia, anche se ha prodotto molti successi, generalizzandosi, si è trasformata da buona soluzione in un problema (Nardone, 2013).
L’ansia di avere il “controllo assoluto” su noi stessi, per non commettere errori o fare brutte figure, ci fa sentire spesso bloccati e ci impedisce di ottenere i risultati sperati.
Proviamo a pensare, ad esempio, di cercare di non arrossire quando ci sentiamo a disagio, o di cercare di dimostrarci “prestanti” sessualmente. In questi casi, cercheremo di mantenere il controllo delle nostre reazioni naturali, sforzandoci di inibirle o di provocarle, ma poiché si tratta di realtà incontrollabili, il loro controllo eccessivo condurrà alla perdita di controllo.
I nostri tentativi di realizzare, o non realizzare, consapevolmente un comportamento automatico trasformeranno quel comportamento in un problema.
Affinché la nostra mente non duelli contro la nostra stessa natura, prima di esercitare il controllo su qualcosa, dovremmo sempre domandarci se ciò sia possibile, o se non sia addirittura controproducente.
Essere stressati potrebbe anche facilitare una buona performance, ma quando questa condizione diventa troppo persistente, potrebbe produrre effetti indesiderati, come la comparsa di sintomi psichici e somatici, quali ad esempio l’eccesso di sudorazione, il rossore, la tachicardia ecc.
La persona allora, poiché spaventata dal giudizio altrui, inizierà ad evitare di esporsi personalmente, o quando proprio non potrà farne a meno, vivrà le proprie prestazioni con un forte senso di ansia anticipatoria.
Nelle forme più gravi, arriverà alla totale incapacità di partecipare a situazioni pubbliche professionali, ma anche ricreative, e avrà frequenti attacchi di panico al solo pensiero di doverle affrontare.
La principale tentata soluzione di chi soffre di un blocco della performance è il tentativo di controllo che fa perdere il controllo.
Il terapeuta, per aiutare il paziente a risolvere il suo problema, dovrà pertanto cercare di “allenarlo” a perdere volontariamente il controllo, in modo che, paradossalmente, riesca a mantenerlo.
Nella pratica, in Terapia Breve Strategica, si prescrive la mezz’ora di peggiore fantasia, una tecnica fondamentale che il paziente dovrà imparare ad utilizzare per gestire l’emozione legata alla situazione temuta e che gli permetterà di sbloccare le sue risorse personali.
Gli verrà chiesto pertanto di dedicare ogni giorno uno spazio e un tempo, con un inizio e una fine, in cui concentrarsi a liberare la propria paura, pensando a tutte le peggiori situazioni di blocco della performance che gli potrebbero capitare: “Io vorrei che, da qui alla prossima volta che ci vedremo, tutti i giorni, a un’ora precisa dopo pranzo, prenda una sveglia e la regoli a suonare mezz’ora più tardi… Nel corso di questa mezz’ora, si metta comodo, si sdrai o si sieda su una poltrona, e si costringa ad evocare volontariamente tutte le sue peggiori fantasie rispetto al problema… Rimarrà in questo stato per tutta la mezz’ora, lasciandosi andare a ciò che le verrà da fare: se le viene da piangere, pianga, se le viene da urlare, urli… Non appena suonerà la sveglia, stop, è finito tutto… Si andrà a lavare il viso e riprenderà la sua usuale giornata”.
In genere, questa indicazione, che segue l’antico stratagemma cinese “per spegnere il fuoco, aggiungi altra legna”, produce un effetto paradossale, ovvero più la persona cerca di agitarsi e di stare male, meno si sente spaventata.
Questa tecnica andrà pertanto insegnata ai pazienti per affrontare i momenti critici, tentando di esasperare i loro pensieri e le loro sensazioni negative.
Un’altra prescrizione molto utilizzata nel trattamento delle patologie da blocco della performance è la cosiddetta tecnica del dichiarare il perturbante segreto.
La persona, nel caso in cui percepisca una sensazione interna di forte ansia, viene invitata a confessare pubblicamente la sua difficoltà, ottenendo in questo modo il risultato di sentire la propria tensione svanire. Questo naturalmente le consentirà di mettere in atto la propria performance in tutta tranquillità e sicurezza.
Le fragilità infatti, nel momento in cui ce le prescriviamo, si rovesciano su se stesse divenendo risorse.
La nostra debolezza può divenire un nostro punto di forza se non negata ma gestita e utilizzata. La negazione della propria fragilità invece, espressa nel rifiuto di accettare i nostri limiti, fa sì che questi divengano ingestibili, e che in determinate situazioni ci travolgano.
Se quindi ci mettiamo nella posizione di chi non solo accetta le proprie fragilità, ma se le prescrive, l’effetto sarà quello di annullare gli esiti negativi che tali insicurezze possono produrre.
Un esempio di trattamento di blocco della performance è quello che riguarda la paura di arrossire, detta anche eritrofobia.
Il soggetto che, per un senso di vergogna o di imbarazzo, ha paura di fare una figuraccia con altre persone a causa di questa sua reazione spontanea, cercherà sicuramente di controllarla o di inibirla, cosa che naturalmente si ritorcerà come un boomerang su di lui, facendo in modo che arrossisca.
Questo circolo vizioso che alimenta e fa peggiorare il problema può essere risolto, attraverso la Terapia Breve Strategica, utilizzando delle tecniche specifiche che si sono rivelate molto efficaci.
In questi casi infatti, spesso si chiede al paziente di dichiarare in anticipo la paura al suo interlocutore: “Lei mi deve scusare, ma io probabilmente o diventerò rosso o non riuscirò a parlare…”
Quello che accade in genere, a seguito di questa affermazione, è che il fatto di aver dichiarato l’eventualità del rossore faccia sentire la persona più al sicuro, proprio perché, se diventasse rossa, l’altro sarebbe già stato informato in anticipo e non avrebbe bisogno di farglielo notare. È molto probabile quindi, che diminuisca il timore e, di conseguenza, la possibilità del rossore.
È possibile inoltre, che la persona riesca anche a mostrarsi più sicura agli occhi dell’altro, proprio perché è stata capace di ammettere un suo limite.
“Ci vuole molto più coraggio a dichiarare la propria fragilità piuttosto che a nasconderla” (Nardone, Portelli, 2015).
Per approfondire ulteriormente il tema della patologie da blocco della performance e del loro trattamento in tempi brevi, un libro che vi consiglio di leggere è: “Cambiare per conoscere: l’evoluzione della terapia breve strategica” (Milano, TEA, 2015).
All’interno di questo testo, che offre una sintesi chiara ed esauriente di oltre vent’anni di lavoro sulle tecniche della Terapia Breve Strategica, Giorgio Nardone e Claudette Portelli presentano degli esempi di casi specifici e, in particolare, descrivono i protocolli di trattamento di varie forme di disturbo mentale, tra cui le patologie da blocco della performance.
Tra gli esempi citati, potete trovare il caso di un manager terrorizzato dall’idea di dover parlare in pubblico, che riesce a risolvere questo suo problema molto rapidamente, grazie all’utilizzo delle manovre di cui vi ho parlato in precedenza.
Se vuoi puoi leggere un breve estratto del libro all’interno di questo. articolo, oppure guardare la presentazione di Cristina Di Loreto e Claudette Portelli a questo link.
Per autostima si intende la “valutazione dell’individuo nei confronti di se stesso”.
Essa è influenzata dai nostri autoinganni percettivi ed è qualcosa che “non si può ereditare, ma solamente costruire attraverso esperienze concrete”.
Il recente libro della psicologa e psicoterapeuta Roberta Milanese: “L’ingannevole paura di non essere all’altezza: strategie per riconoscere il proprio valore” (Milano, Ponte alle Grazie, 2020) propone, attraverso il racconto di casi clinici reali, una rassegna delle diverse forme di paura di non essere all’altezza, fornendo delle utili strategie per vincerle in tempi brevi.
Tutti vorremmo sentirci infallibili, apprezzati, ammirati dagli altri, ed è proprio per aderire a questi standard che al giorno d’oggi si è creata una vera e propria “epidemia dell’insicurezza”, che tocca tutte le relazioni fondamentali della nostra esistenza: quella con se stessi, quella con gli altri e quella con il mondo circostante.
Le cose relative alla nostra autostima sono difficilmente misurabili, pertanto diventa necessario stabilire un “giudice di gara”, che possa valutare se siamo all’altezza adeguata oppure no.
L’autrice distingue all’interno del testo due grandi categorie di persone: coloro che delegano la decisione a un loro giudice interno e coloro che invece proiettano il loro giudice all’esterno, in persone specifiche o nel mondo in generale.
Questa distinzione è fondamentale, poiché non solo permette di distinguere le differenti tipologie di paura di non essere all’altezza (la paura di esporsi, la paura dell’impopolarità, la paura del conflitto, la paura del rifiuto, la paura dell’inadeguatezza, la paura del fallimento), ma anche e soprattutto di selezionare le modalità di intervento più efficaci per superarle.
Nella parte finale del libro, Roberta Milanese fornisce dieci importanti suggerimenti per aumentare la propria autostima. Per citarne solo alcuni: affronta le sfide che la vita ti propone, nessuno può “saltare” al tuo posto, non si può piacere a tutti, si è sconfitti solo quando ci si arrende.
In questo video, tratto dalla II edizione di Thfactor Bologna, puoi trovare una breve presentazione del testo da parte dell’autrice. Inoltre, è disponibile su Spotify un episodio del podcast “Cambiamenti strategici”, condotto da Veronica Aloisio, in cui Roberta Milanese ci guida alla scoperta del significato dell’aforisma di Gandhi: «Scopri chi sei e non avere paura di esserlo».
Milanese, R. (2020): “L’ingannevole paura di non essere all’altezza: strategie per riconoscere il proprio valore”. Milano, Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2000): “Oltre i limiti della paura. Superare rapidamente le fobie, le ossessioni e il panico”. Milano, Rizzoli.
Nardone, G. con Balbi, E. (2008): “Solcare il mare all’insaputa del cielo. Lezioni sul cambiamento terapeutico e le logiche non ordinarie”. Milano, Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2013): “Psicotrappole. Ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare a riconoscerle e a combatterle”. Milano, Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2014): “La paura delle decisioni: come costruire il coraggio di scegliere per sé e per gli altri”. Milano, Ponte alle Grazie.
Nardone, G. Portelli, C. (2015): “Cambiare per conoscere. L’evoluzione della terapia breve strategica”. Milano, TEA.