Attacchi di panico: vivere intrappolati nella paura

Attacchi di Panico: vivere intrappolati nella paura

«Viviamo nella paura ed è così che non viviamo».

Gotayama Buddha

 

Gli attacchi di panico sono un’esperienza assai comune, devastante, un vero e proprio “tsunami psicologico”, che in molti hanno provato almeno una volta nel corso della vita.

All’improvviso, abbiamo l’impressione di perdere di lucidità mentale, ci sentiamo confusi e spaventati. Il cuore inizia a battere all’impazzata, proviamo un senso di calore e di vertigine, iniziamo ad avere fame d’aria come se stessimo per soffocare, avvertiamo un senso di debolezza fisica e di grande spossatezza, come se avessimo completamente perso il controllo di noi stessi e del nostro corpo.

La paura si sta impadronendo di noi, proviamo una sensazione di catastrofe imminente e ci sembra di impazzire e di morire allo stesso tempo.

Da questo primo momento critico in poi, potrebbe cronicizzarsi una vera e propria patologia mentale, poiché quella situazione di forte paura rimarrà talmente impressa nella nostra mente da sviluppare la credenza che, in condizioni simili, quelle sensazioni si possano nuovamente verificare.

Si strutturerà così un vero e proprio “circolo vizioso” in cui “come delle marionette rotte con gli occhi rivolti in dentro”, rivolgeremo continuamente l’attenzione all’ascolto dei parametri fisiologici che indicheranno l’innalzarsi del nostro livello d’ansia, ma poiché essi sono funzioni spontanee dell’organismo, il loro controllo razionale ne altererà la naturale espressione.

Il disturbo da attacchi di panico tuttavia, non si limiterà a questa già complicata ed invalidante condizione, poiché, intrappolati nella paura patologica e tentando di limitarne gli effetti, metteremo probabilmente in atto un repertorio di scelte che finirà per complicare ulteriormente il problema.

L’esperienza clinica riporta infatti due copioni comportamentali tipici delle persone cosiddette “panicanti”: la tendenza a evitare la situazione associate alla paura e la costante ricerca di aiuto e protezione da parte di altre persone.

Queste due strategie, benché inizialmente funzionino come riduttori dell’ansia, condurranno rapidamente all’aggravamento della sintomatologia e dei suoi effetti limitanti.

Evitare le situazioni temute infatti, ne conferma certamente la pericolosità percepita e fa aumentare la sensazione di inadeguatezza del soggetto, il quale finirà per costruire una spirale progressiva di evitamenti, fino ad arrivare alla completa inattività.

Inoltre, le persone affette da questo disturbo addossano generalmente agli altri la responsabilità di aiutarli, e costruiscono così dei legami affettivi morbosi, basati sul bisogno e sulla dipendenza, che fanno crescere, oltre alla paura, il senso di sfiducia nelle proprie risorse personali. Se tale modalità relazionale non viene interrotta, condurrà sicuramente la persona alla totale incapacità sia di stare di sola che di affrontare qualunque ostacolo.

Da quali sintomi è possibile riconoscere un attacco di panico?

Il DSM-5 classifica gli attacchi di panico all’interno della categoria dei disturbi d’ansia e li definisce come dei momenti improvvisi di forte paura, durante i quali si possono verificare quattro (o più) dei seguenti sintomi:

  • palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
  • sudorazione
  • tremori fini o grandi scosse
  • dispnea o sensazione di soffocamento
  • sensazione di asfissia
  • dolore o fastidio al petto
  • nausea o disturbi addominali
  • sensazioni di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento
  • brividi o vampate di calore
  • parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
  • derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (sensazione di essere distaccati da se stessi)
  • paura di perdere il controllo o di impazzire
  • paura di morire

Il manuale distingue poi due tipi di attacchi di panico, che si differenziano per la presenza o assenza di fattori scatenanti situazionali:

  • attacchi di panico inaspettati, nei quali l’esordio non è associato con un fattore scatenante situazionale (come ad esempio, gli attacchi di panico notturni);
  • attacchi di panico provocati dalla situazione o attesi, nei quali l’ansia si manifesta prima o durante l’esposizione a un particolare fattore scatenante situazionale.

Il panico, inteso come disturbo psicologico, rappresenta una categoria diagnostica recente, anche se la reazione di allarme di fronte a situazioni ritenute pericolose rappresenta forse la più primitiva delle nostre emozioni.

Nel 2000, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato come il DAP, Disturbo da Attacchi di Panico, sia la patologia attualmente più diffusa, dal momento che colpisce il 20% della popolazione.

 

Quando la paura intrappola la mente: psicofisiologia dell’attacco di panico

La reazione psicofisiologica del panico rappresenta la forma estrema della paura.

Questa emozione si accompagna ad una reazione del sistema nervoso autonomo, che prepara la persona ad affrontare una situazione di emergenza, disponendola all’attacco o alla fuga.

Se ci troviamo di fronte ad un pericolo infatti, all’interno del nostro cervello si attiva l’amigdala, un dispositivo che, scatenando tutta una serie di cambiamenti chimici e ormonali, mette l’intero organismo in condizione di allerta. Questo rappresenta un meccanismo naturale e adattivo per poterci garantire la sopravvivenza e sarebbe quindi abbastanza rischioso non possederlo, ma quando scatta, per così dire, all’insaputa della nostra mente, si genera l’escalation che conduce all’attacco di panico.

Le sensazioni di alterazione fisica che la persona prova innescano pensieri minacciosi, che a loro volta retroagiscono veicolando nell’organismo ulteriori reazioni di allarme, che conducono ad ancora maggiori alterazioni fisiologiche, fino alla sensazione di “tilt” mentale e di perdita totale di controllo.

Se durante l’attacco di panico, accade qualcosa di inaspettato, che attira l’attenzione dell’individuo, l’escalation improvvisamente si blocca. Per questo motivo, la Terapia Breve Strategica utilizza degli stratagemmi terapeutici per permettere al soggetto di affrontare situazioni minacciose, in grado di far spostare la sua attenzione dall’ascolto di sé e delle proprie reazioni, all’esecuzione di particolari azioni rituali.

Il trattamento iniziale degli attacchi di panico, riguarda almeno inizialmente, il ricorso a farmaci per ridurre la reazione psicofisiologica dell’ansia.

Questa strategia tuttavia, si trasforma, dopo qualche tempo, in una tentata soluzione che alimenta il problema, poiché abitua la persona a delegare al farmaco la capacità di resistere alle reazioni di panico e incentiva così la sfiducia nelle proprie risorse personali.

Come afferma Giorgio Nardone all’interno del libro “Non c’è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico” (2003), infatti: “La paura, o si supera in prima persona, o non si supera. Nessuno può affrontare la paura che proviamo al posto nostro, nemmeno un farmaco”.

 

Dagli attacchi di panico si può guarire?

Una terapia veramente efficace per questo tipo di disturbo dovrebbe avere alcune caratteristiche precise, che calzino al suo funzionamento psicofisiologico, altrimenti il panico non sarà estinto, ma solo parzialmente represso e potranno presentarsi nuovamente delle ricadute.

Per ottenere dei cambiamenti da parte del paziente affetto da sindrome da attacchi di panico, è necessario innanzitutto mirare allo sblocco delle sue tentate soluzioni fallimentari che alimentano il problema, e cioè l’evitamento, la richiesta di rassicurazione e aiuto, il controllo che fa perdere il controllo.

Non si può però pensare che sia sufficiente spiegare alla persona dove sbaglia per far sì che corregga il suo comportamento.

La Terapia Breve Strategica utilizza infatti alcuni stratagemmi terapeutici che conducono il paziente, a sua insaputa, a sperimentare il superamento del panico. Queste tecniche, poiché consentono di aggirare la naturale resistenza al cambiamento, si sono rivelate efficaci in oltre il 90% dei casi e permettono di risolvere questo problema nell’arco di tre/sei mesi, senza ricorrere a farmaci.

La valutazione degli esiti terapeutici di oltre trent’anni di ricerca-intervento su decine di migliaia di casi in tutto il mondo evidenzia come tale metodo rappresenti il trattamento più efficace ed efficiente per gli attacchi di panico.

 

I miei consigli di lettura sul tema del panico

Se vuoi saperne di più sul tema del panico, ti consiglio di leggere: “La terapia degli attacchi di panico. Liberi per sempre dalla paura patologica”, di Giorgio Nardone (Milano, Ponte alle Grazie, 2016).

È un testo di facile lettura che racconta l’esperienza clinica dell’autore con pazienti affetti da disturbo da attacchi di panico, agorafobia, claustrofobia ecc., e di come per risolvere questi problemi in via definitiva, non siano necessari farmaci, terapie lunghe o che abbiano l’obiettivo di rivelarne le cause, ma sia sufficiente una terapia breve e mirata che guidi il paziente a fronteggiare le proprie paure per superarle.

Giorgio Nardone ha iniziato ad occuparsi di disturbi fobico-ossessivi e del loro trattamento nel 1985, presso l’MRI di Palo Alto, sotto la supervisione di Paul Watzlawick e John Weakland, e nel 1987 ha realizzato la prima applicazione di un protocollo terapeutico specifico per gli attacchi di panico con agorafobia.

Da allora, grazie alla domanda di terapie che arrivava da ogni parte del mondo, l’esperienza clinica con questa patologia si è fortemente ampliata, tanto da rendere il modello di intervento sempre più efficace ed efficiente.

La tecnica fondamentale che viene utilizzata con questi problemi è quella della peggiore fantasia, ovvero il calarsi nelle proprie immagini mentali più spaventose per imparare a dominare la paura e a neutralizzarla. Una manovra terapeutica che si è dimostrata così efficace da essere indicata nel Dizionario di Psicologia dell’American Psychological Association come strategia elettiva per i disturbi di ansia e di panico.

Come già dichiaravano gli antichi sumeri infatti: “Guardare in faccia la paura la trasforma in coraggio”, mentre evitarla la rende timor panico.

All’interno del testo, l’autore cerca di dare una corretta valutazione diagnostica del panico a partire dalle patologie più frequenti con le quali viene confuso (ansia generalizzata, angoscia, disturbo post-traumatico da stress, ipocondria e patofobia, disturbo ossessivo-compulsivo, dinamiche relazionali e isteria da conversione) e fornisce nel dettaglio la sequenza delle manovre terapeutiche utilizzate nel trattamento di questo disturbo, dal primo incontro con il paziente fino alla conclusione della terapia.

L’ultima parte del libro è curata da Elisa Valteroni, che riporta una serie di casi clinici, trattati presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo.

Gli esempi sono tanti e spaziano da problemi più comuni, come la paura di svenire o di impazzire, fino a disturbi più nuovi e originali, come la fobia dei gatti o la paura di atti terroristici. Per ognuno di essi, viene riportata una breve descrizione del paziente, la trascrizione della prima seduta e i brani più significativi delle successive, fino all’inizio del follow-up.

 

Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2014): “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5”. Milano, Raffaello Cortina Editore.
  • Nardone, G. (2000): “Oltre i limiti della paura. Superare rapidamente le fobie, le ossessioni e il panico”. Milano, Rizzoli.
  • Nardone, G. (2003): “Non c’è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico”. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2016): “La terapia degli attacchi di panico. Liberi per sempre dalla paura patologica”. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G.: “Conoscere e superare gli attacchi di panico”, in Psicologia contemporanea, marzo-aprile, 2018.