Fobia sociale: l’ossessione del rifiuto e del giudizio degli altri

Fobia sociale

«Se io voglio cambiare il mondo intorno a me, devo cominciare a cambiare me stesso».

(Gandhi)

 

Una delle forme di paura attualmente più diffuse è la cosiddetta fobia sociale.

Secondo Giorgio Nardone (2003), questo disturbo, che può manifestarsi nella sua esasperazione anche con attacchi di panico in concomitanza con l’esposizione al contatto sociale, non è però una vera e propria fobia, ma una forma di ossessione del rifiuto e del giudizio degli altri.

Chi solitamente manifesta questo problema infatti, non ha solamente la paura di essere giudicato o rifiutato dagli altri, ma è assolutamente certo che questo avverrà. Sì comporterà pertanto in maniera sempre circospetta e diffidente, creando così la conferma dei suoi timori.

La fobia sociale si distingue dalla comune timidezza, una caratteristica del proprio carattere che normalmente il soggetto riesce a gestire, perché genera stati d’ansia così invalidanti da rendere la vita difficile.

Più la persona si sforza di nascondere il proprio imbarazzo e le proprie fragilità, più si innesca inevitabilmente una reazione di forte agitazione, che la porta ad arrossire, a tremare, a sudare e a ricorrere inesorabilmente alla fuga.

La vita di relazione si limita al rapporto con le persone di fiducia, mentre il terrore scatta nei confronti di tutte le situazioni interpersonali in cui ci si sente sotto osservazione, che vengono quindi generalmente evitate, cosa che naturalmente non fa che peggiorare il problema.

La fobia sociale conduce, purtroppo, a una condizione di isolamento, che rende la persona totalmente incapace di relazionarsi con gli altri e con il mondo circostante.

 

I criteri diagnostici della fobia sociale

Secondo il DSM-5 la caratteristica principale della fobia sociale è una marcata ansia, che si manifesta in tutte le situazioni in cui l’individuo può essere esaminato dagli altri.

Le persone con fobia sociale possono mostrare una postura del corpo eccessivamente rigida o un contatto visivo inadeguato, oppure parlare a voce troppo bassa. Possono essere timide o ritirate, essere meno aperte nelle conversazioni e rivelare poco di se stesse.

Per la diagnosi di questo tipo di disturbo, il DSM-5 definisce i seguenti parametri:

– paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri. Gli esempi comprendono le interazioni sociali (es. avere una conversazione, incontrare persone sconosciute, esprimere le proprie opinioni), l’essere osservati (per es. mentre si mangia o si beve) ed eseguire una prestazione di fronte ad altri (per es. fare un discorso in pubblico o a un piccolo gruppo)

– l’individuo teme che manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente (cioè saranno umilianti o imbarazzanti, porteranno al rifiuto o risulteranno offensivi per gli altri)

– le situazioni sociali temute provocano quasi invariabilmente paura o ansia, pertanto vengono spesso evitate

– la paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e al contesto socioculturale

– la paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente sei mesi o più, causano disagio clinicamente significativo e non sono attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza o a un’altra condizione medica.

 

Le tentate soluzioni di chi soffre di fobia sociale

Per tentare di risolvere il suo problema, la persona che soffre di fobia sociale metterà in atto alcuni copioni comportamentali, che non solo non la salveranno dal sentirsi rifiutata o giudicata, ma che contribuiranno a far aggravare maggiormente il suo disturbo:

  • cercare di controllare le proprie reazioni emotive per far sì che gli altri non se ne accorgano, cosa che finirà con l’esacerbarle ulteriormente
  • tentare di essere disinvolta, finendo con il risultare ancora più goffa e impacciata
  • usare e/o abusare di alcol, droga e farmaci, per sentirsi più disinibita
  • cercare di evitare i contesti ritenuti minacciosi, amplificando così la percezione del proprio senso di inadeguatezza e incapacità

 

Il trattamento in tempi brevi della fobia sociale

La fobia sociale richiede un trattamento diverso rispetto a quello delle forme di paura pura, poiché in questi casi è necessario lavorare sulla convinzione di essere giudicati e rifiutati dagli altri, piuttosto che nel superamento del timore di affrontare situazioni vissute come spaventose.

Con questa tipologia di pazienti, si dovranno utilizzare delle manovre terapeutiche in grado di scardinare questa credenza disfunzionale, una di queste è il comportarsi “come se” fossero convinti di piacere e di essere desiderabili, che viene introdotta attraverso una particolare forma di ristrutturazione.

Alla persona verrà proposto questo esempio sperimentale: “Immagini di entrare in una stanza convinto che tutti ce l’hanno con lei, lei guarda tutti in maniera difensiva, circospetta, non sorride, non saluta, è rigido. Se lei fosse gli altri che vedono entrare uno così, come risponderebbe? Nello stesso modo, difendendosi e irrigidendosi; lei che è entrato, ricevendo questa risposta, ha la conferma che gli altri la rifiutino. Ora, provi a immaginare che lei entra in quello stesso posto con le stesse persone, ma è convinto di piacere a tutti: entra, dice buongiorno, saluta tutti, guarda tutti, le persone che la guardano entrare vedono uno che saluta tutti, guarda tutti, che sorride. Cosa faranno? Le risponderanno nello stesso modo, e lei riceverà la conferma che piace” (Nardone, 2008).

A questo punto, dopo aver suggestionato il paziente con questa storiella, gli viene suggerito questo piccolo esperimento giornaliero: “Da qui alla prossima volta che ci rivedremo, io vorrei che almeno una volta al giorno lei provasse a comportarsi come se fosse convinto di piacere e di essere desiderabile”.

E’ chiaro come, mettendo in atto quotidianamente questa prescrizione e ripetendo più volte questo comportamento, la persona riuscirà a trasformare completamente la sua percezione e, di conseguenza, la sua credenza di sentirsi rifiutata.

Il comportarsi “come se” una cosa fosse vera infatti, anche se non è dimostrato che lo sia, dopo un po’ ci induce a ritenerla tale.

Non si tratta di una magia, ma solo dell’effetto dell’applicazione di un antico stratagemma: creare dal nulla, una competenza fondamentale che ci permette di passare da una posizione di chi costruisce ciò che poi subisce a quella di chi costruisce ciò che gestisce (Nardone, 2003).

Se vuoi approfondire ulteriormente il tema della “psicoterapia del come se”, ti consiglio di guardare anche questo video esclusivo del 1999 di Paul Watzlawick: https://www.youtube.com/watch?v=zysbso-Cy80&fbclid=IwAR2hXXSxK-wxaGLMSIeBl0wPrMWqV28znZkYOGWhv85wIDtbLeYdJ2ZswyA&app=desktop

 

I miei consigli di lettura sul tema della fobia sociale

Per approfondire ulteriormente il tema delle fobia sociale e del suo trattamento in Terapia Breve Strategica, un libro che consiglio vivamente di leggere è Non c’è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico(Milano, Ponte alle Grazie, 2003).

Si tratta di un testo imperdibile, in cui Giorgio Nardone spiega in modo chiaro e accessibile le conoscenze attuali sui meccanismi delle patologie da panico e, soprattutto, la terapia che si è dimostrata concretamente efficace e rapida per il loro trattamento.

La descrizione delle storie terapeutiche, poiché rivolta al grande pubblico, è in forma narrativa e, tra i tanti esempi, vi potrete trovare un caso riguardante la fobia del giudizio.

 

BIBLIOGRAFIA

  • American Psychiatric Association (2014): “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5”. Milano, Raffaello Cortina Editore.
  • Nardone, G. (2003): “Non c’è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico”. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2003): “Cavalcare la propria tigre: gli stratagemmi nelle arti marziali ovvero come risolvere problemi difficili attraverso soluzioni semplici”. Milano, Ponte alle Grazie
  • Nardone, G. con Balbi, E. (2008): “Solcare il mare all’insaputa del cielo. Lezioni sul cambiamento terapeutico e le logiche non ordinarie”. Milano, Ponte alle Grazie.