Vomiting: l’irrinunciabile amante segreto

Vomiting: l'irrinunciabile amante segreto

«Ogni cosa ripetuta un certo numero di volte diviene un piacere».

Henry Laborit

 

La ricerca-intervento avviata nel 1993 presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo sui disordini alimentari ha tra i suoi meriti maggiori quello di aver permesso l’identificazione di una nuova particolare forma di disturbo alimentare: la Sindrome da Vomito o Vomiting.

Lo studio empirico sull’efficacia di alcune tecniche terapeutiche nel trattamento delle patologie alimentari ha infatti consentito di stabilire come il vomito autoindotto, che nella letteratura psichiatrica viene considerato una variante di anoressia e bulimia, in realtà rappresenti una patologia a sé stante, con specifiche caratteristiche e modalità di persistenza.

In particolare, dalla ricerca riportata all’interno del libro Le prigioni del cibo. Vomiting, anoressia, bulimia: la terapia in tempi brevi” (Nardone, Milanese, Verbitz, 1999), è emerso come, anche se inizialmente i soggetti vomitano per la paura di ingrassare, dopo un certo periodo di ripetizione di questo comportamento, ne scoprano la gradevolezza, fino a strutturare una vera e propria compulsione basata sul piacere.

Anche se potrebbe sembrare decisamente contro natura, la ritualità di questa condotta può divenire nel tempo così incalzante, da condurre la persona affetta da questo disturbo a passare intere giornate a mangiare e vomitare, come se fosse la forma di piacere più intensa ed esclusiva, una sorta di “amante segreto” irrinunciabile, un “demone” di cui non ci si riesce a liberare neppure se lo si desidera.

Il vomiting tuttavia, non è una patologia nuova e sconosciuta, poiché possiede in realtà origini molto antiche.

Come infatti ci riferisce il suo allievo prediletto, Metrodoro, anche Epicuro, illustre filosofo dell’edonismo, si abbuffava e vomitava due volte al giorno per pura ricerca estetica di piacere, tanto che egli stesso dichiarava: “principio e radice di ogni bene è il piacere del ventre”.

 

Le varianti del vomiting e il loro trattamento in tempi brevi attraverso il modello strategico

Giorgio Nardone ha definito il vomiting una “qualità emergente” rispetto ad anoressia e bulimia, una sorta di “specializzazione tecnologica” dei disordini alimentari più tradizionali. Del resto, è già noto in letteratura come i due terzi dei casi di anoressia nervosa protratta nel tempo si trasformino in bulimia nervosa con vomito autoindotto.

La ricerca empirica effettuata presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo ha inoltre permesso di mettere in luce come esistano principalmente tre varianti di pazienti affette da vomiting.

 

1 – Le trasgressive inconsapevoli

Sono quelle persone, in genere giovani donne e particolarmente inesperte dal punto di vista sessuale, giunte ad essere schiave di questo piacere senza aver realizzato, a livello di consapevolezza, la sua essenza di surrogato perverso di attività erotica.

Il mangiare e vomitare infatti, presenta una sequenza isomorfa a quella dell’attività sessuale: vi si riconosce una fase di fantasia appetitiva, in cui la ragazza anticipa mentalmente l’abbuffata, una fase consumatoria, quella in cui mangia, e una fase di scarica, in cui si libera del cibo ingerito vomitandolo.

Questa tipologia di pazienti è piuttosto rara e spesso la chiave per indurre in loro un cambiamento radicale è rappresentata dal portarle a vedere il loro problema dalla prospettiva della perversione.

 

2 – Le trasgressive consapevoli ma pentite

Sono quelle persone che, dopo tanti anni di patologia, sono giunte alla valutazione di quanto stanno sacrificando della propria vita in nome della loro irrefrenabile compulsione e decidono pertanto, autonomamente, di chiedere aiuto per liberarsi da questo “demone”.

Sono quindi perfettamente consapevoli di come funziona il loro disturbo, ma nonostante l’apparente collaboratività, fanno fatica a liberarsene e diventa quindi necessario avvalersi, nel loro trattamento, di particolari stratagemmi terapeutici.

 

La Tecnica dell’intervallo

La manovra in assoluto più utilizzata, in questi casi, è rappresentata dalla cosiddetta tecnica dell’intervallo, ovvero si prescrive alla paziente la seguente indicazione: “Da qui alla prossima volta che ci vedremo, io non vorrei che tu ti sforzassi di non mangiare e vomitare, tanto non ci riusciresti, per cui fallo tutte le volte lo desideri, ma come ti indicherò io… Ogniqualvolta ti verrà voglia di mettere in atto la tua compulsione, tu mangerai… mangerai… mangerai come ti piace tanto fare… Quando avrai finito di mangiare, nel momento nel quale di solito devi andare a vomitare, ti fermerai e aspetterai un’ora, senza fare nulla e senza mettere nient’altro in bocca, solido o liquido che sia. Quando l’ora sarà passata, correrai a vomitare, né un minuto prima, né un minuto dopo”.

Dal momento che il piacere sta nel mangiare e nel vomitare immediatamente, è chiaro che una prescrizione di questo genere, che interpone un intervallo di tempo fra l’abbuffata e la scarica, priverà il rituale della sua intrinseca piacevolezza. In questo modo, si innescherà un primo concreto cambiamento, per cui la persona, che non troverà più questi rituali così piacevoli, o ne ridurrà la frequenza o comunque ridimensionerà spontaneamente la quantità di cibo assunta nell’abbuffata.

Se la vomitatrice è collaborativa e rispetta questa indicazione, nel corso delle sedute successive, si aumenterà l’intervallo a due ore, tre ore, fino a quando, arrivati a tre ore e mezza-quattro ore, di solito smetterà di vomitare.

 

3 – Le trasgressive consapevoli e compiaciute

Sono quelle persone talmente consapevoli della piacevolezza del loro rituale che non hanno alcuna intenzione di interromperlo.

Il loro “amante segreto” è così prezioso e insostituibile che spesso non arrivano in terapia per libera scelta, ma poiché forzate dai familiari e pertanto apertamente oppositive rispetto a qualsiasi forma di intervento terapeutico.

Pur essendo la tipologia di pazienti più difficili da trattare, è comunque possibile, anche in questi casi, fare ricorso a sottili stratagemmi terapeutici.

L’intervento, nella maggioranza dei casi, si baserà sull’assecondare la tendenza alla ricerca del piacere, facendola addirittura apparire amplificata.

Si chiederà pertanto alla persona, visto che le piace così tanto mangiare e vomitare, di cercare di farlo nella maniera più trasgressiva e appagante possibile, imparando a ricercare e a creare l’abbuffata perfetta: “… proviamo a selezionare insieme come è più bello farlo, quali sono i cibi che ti danno più gusto, qual è il modo di farlo che ti piace di più, in che luogo ti piace di più, a che ora ti piace di più? Hai mai provato a selezionare? Io ti propongo una volta al giorno fatta veramente bene”.

Con questa tattica, il terapeuta guiderà progressivamente la paziente a concentrare la ricerca del piacere, ottenendo l’importante risultato di farle ridurre sempre di più la frequenza del rituale.

Nel frattempo, con tutte queste tipologie di pazienti, bisognerà sempre e comunque lavorare anche a livello relazionale, guidandole a scoprire piaceri diversi da quello del mangiare e vomitare. Come direbbe Giorgio Nardone infatti: “Il limite di un piacere è rappresentato da un piacere più grande o dalla sua trasformazione in sgradevole tortura”.

Oggi, a distanza di oltre quindici anni dalle prime ricerche sui disordini alimentari, il modello strategico è stato applicato a tantissime persone affette da vomiting.

In relazione all’efficacia, i dati rilevano il 79% di casi risolti, con mantenimento del risultato al follow up a distanza di un anno dalla fine della terapia, mentre rispetto all’efficienza, emerge una durata media delle terapie pari a 12 sedute (Nardone, Selekman, 2011).

 

I miei consigli di lettura sul tema del vomiting

 

Vomiting e comportamenti autolesivi: un’associazione possibile

Nel 2011, è stato pubblicato un testo molto interessante, scritto a due mani da Giorgio Nardone e Matthew D. Selekman: “Uscire dalla trappola. Abbuffarsi vomitare torturarsi: la terapia in tempi brevi” (Milano, Ponte alle Grazie).

Nella prima parte del libro, intitolata “Conoscere”, viene descritta la patologia del vomiting in concomitanza con la tendenza a comportamenti autolesivi, una forma di disturbo in forte aumento negli ultimi vent’anni, che emerge dapprima come condotta in grado di produrre un effetto sedativo rispetto al dolore psichico, per poi trasformarsi, attraverso la ripetizione nel tempo, in una compulsione piacevole e inarrestabile.

La letteratura in ambito clinico ha spesso evidenziato la frequente associazione tra disordini alimentari e condotte di self-harming, addirittura nel 70% dei casi (Selekman, 2005, 2009).

I due problemi tuttavia, di solito, non si sviluppano contemporaneamente.

La ricerca effettuata dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo ha messo in luce come, nella maggioranza dei casi, compaia dapprima il disturbo alimentare, poi, quando quest’ultimo diventa effettivamente compulsivo, si aggiungono i comportamenti autolesivi, come tagliuzzarsi, prodursi ustioni minori, strapparsi peli e capelli ecc.

Qualora si intervenga con successo su quello che è il problema di base, e cioè il mangiare e vomitare, è possibile che svanisca di conseguenza il comportamento autolesivo, o basteranno poche manovre terapeutiche per poter estinguerlo.

Nella seconda parte del testo, intitolata “Cambiare”, vengono riportate le strategie terapeutiche che si sono dimostrate più efficaci nel risolvere questo problema in tempi brevi. I due autori infatti, prima di incontrarsi, avevano entrambi utilizzato nella pratica clinica alcune tecniche riprese dal lavoro dell’altro, rilevandone la concreta validità.

Giorgio Nardone e Matthew Selekman non si limitano a trattare solamente le tecniche, bensì tutte le forme comunicative più idonee da utilizzare nella terapia di questa tipologia di pazienti, così come la modalità più adeguata per costruire una relazione terapeutica in grado di gestire la loro ambivalenza relazionale. Si tratta infatti di persone molto resistenti al cambiamento, decisamente difficili da trattare, estremamente seduttive e provocatorie.

Nell’ultima parte del testo, vengono poi descritti e commentati quattro casi trattati, due da Giorgio Nardone e due da Matthew Selekman, riportando per ognuno di essi la trascrizione integrale delle sedute più significative, in modo tale che il lettore possa calarsi dal vivo all’interno dell’azione terapeutica.

È un libro che consiglio non solo ai colleghi, ma anche ai pazienti, poiché permette finalmente di fare un po’ di chiarezza rispetto a questi disturbi e al loro trattamento.

Spesso infatti, gli autori che hanno studiato il vomiting associato ad atti autolesivi ritengono che si tratti di comportamenti autodistruttivi, attraverso i quali la persona agisce volontariamente contro di sé, sospinta da forze maligne o per autopunirsi di colpe vissute in modo esasperato, quando invece dietro di essi si nasconde in realtà la trappola della compulsione, che da valvola di sfogo della sofferenza psichica si trasforma in trasgressione piacevole e irrefrenabile.

 

Bibliografia

  • Nardone, G. Milanese, R. Verbitz, T. (1999): “Le prigioni del cibo. Vomiting, anoressia, bulimia: la terapia in tempi brevi”. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2003): “Al di là dell’amore e dell’odio per il cibo. Guarire rapidamente dalle patologie alimentari”. Milano, RCS Libri.
  • Nardone, G. (2007): “La dieta paradossale. Sciogliere i blocchi psicologici che impediscono di dimagrire e mantenersi in forma”. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. Selekman, M. D. (2011): “Uscire dalla trappola. Abbuffarsi vomitare torturarsi: la terapia in tempi brevi”. Milano, Ponte alle Grazie.