Anoressia nervosa: quando un’armatura protettiva diventa una prigione

Anoressia Nervosa: quando un'armatura che dovrebbe proteggere diventa una prigione

“L’ascesi inizia sempre con l’astinenza”

Emil Cioran

 

Chi non ha mai sentito parlare di anoressia nervosa o anoressia mentale?

L’anoressia è una forma di disagio molto conosciuta e molto diffusa, specialmente tra gli adolescenti, una patologia che appare per certi versi bizzarra e “contro natura”, che spaventa, perché è l’unica a essere direttamente mortale (secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è la seconda causa di morte giovanile, dopo gli incidenti stradali), ma che nello stesso tempo attrae, perché chi ne soffre sembra in qualche modo elevarsi illusoriamente al di sopra della massa.

L’anoressia nervosa, come altri disordini alimentari, è senza dubbio un problema caratteristico della nostra cultura occidentale, nella quale il cibo è consumato più per piacere che per effettiva necessità.

Si potrebbe definire una patologia del lusso e dell’opulenza, inaccessibile agli affamati veri, poiché si manifesta principalmente in chi può permettersi di rifiutare il cibo, come attrici, modelle o vip (Nardone, 2017).

 

L’anoressia nervosa oggi

Attualmente l’anoressia rappresenta una patologia in forte calo, poiché nella maggioranza dei casi, si evolve in altre forme di disturbo alimentare, quali il vomiting o il binge eating.

Se in passato inoltre, era considerata un problema esclusivamente di natura femminile, oggi, il canone di estetica basato sulla magrezza, molto evidenziato da stilisti e personaggi dello spettacolo, sembra in qualche modo riguardare anche gli uomini, infatti le testimonianze di anoressia maschile sono diventate negli ultimi anni sempre più frequenti.

Di solito l’anoressia nervosa compare nella prima adolescenza, intorno ai 12-13 anni, comunque non oltre i trent’anni di età, e si sviluppa assumendo una rigidità sempre più accentuata come modello di percezione e reazione nei confronti della realtà.

L’anoressia nervosa è un problema che insorge gradatamente e non traumaticamente, attraverso un processo graduale di astinenza alimentare che conduce al rifiuto del cibo.

Dimagrire per essere conforme a modelli di bellezza socialmente ratificati è senz’altro per l’anoressica l’obiettivo principale, ma l’astinenza, come modalità predominante di percezione e reazione nei confronti della realtà, non avviene solamente nei confronti del cibo, bensì relativamente a qualunque sensazione piacevole.

È come se l’anoressica calasse su se stessa una sorta di “armatura” per difendersi dalle sensazioni che la spaventano, che la protegge, ma che allo stesso tempo la imprigiona.

 

Quando si può parlare di anoressia nervosa?

Il DSM-5 stabilisce quattro parametri per poter parlare di anoressia nervosa:

  1. Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura.
  2. Intenso timore di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
  3. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo (dispercezione estetica), o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di sottopeso. La perdita di peso è considerata come una straordinaria conquista e un segno di autodisciplina ferrea, mentre l’aumento è vissuto come una perdita inaccettabile della capacità di controllo.
  4. Nei soggetti di sesso femminile in fase post-puberale si ha amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi.

In concomitanza alla perdita di peso tipica dell’anoressia, si possono poi presentare altri sintomi psichiatrici, quali depressione, insonnia, ritiro sociale, irritabilità, diminuito interesse sessuale, sintomi ossessivo-compulsivi, sentimenti di inadeguatezza, rigidità mentale, ridotta spontaneità nei rapporti interpersonali.

 

Dall’anoressia nervosa è possibile guarire rapidamente?

Ad oggi, le terapie veramente efficaci per questo tipo di disturbo, purtroppo, sono molto poche.

Una volta strutturatasi infatti, l’anoressia diventa molto difficile da trattare e si mostra molto resistente soprattutto ai trattamenti basati sulla ragionevolezza e sulla razionalità.

La soluzione di tale problema richiede pertanto, prima di tutto, da parte del terapeuta, la capacità di assumere l’apparentemente assurda logica della persona anoressica, di sintonizzarsi con lei nella formulazione dell’intervento terapeutico e di riuscire ad assumere potere suggestivo e di influenzamento nei suoi confronti. Come affermava Blaise Pascal infatti, “solo quando riusciamo a ritenere ragionevole ciò che dapprima ci appare irragionevole siamo in grado di intervenire per cambiarlo”.

La Terapia Breve Strategica prevede due differenti tipi di intervento, a seconda che si tratti di pazienti anoressiche in età giovanile o in età adulta.

Solitamente, con la prima tipologia di pazienti, il setting è di tipo “sistemico misto”, cioè si lavora da una parte sull’adolescente che presenta il sintomo alimentare e dall’altra sul sistema relazionale in cui è inserita.

Generalmente quindi, in una fase iniziale, si incontra tutta la famiglia, per poi eventualmente separare la giovane paziente nelle sedute successive.

I famigliari, in questi casi, diventano dei veri e propri co-terapeuti e vengono guidati, con prescrizioni diverse, a modificare le loro dinamiche comunicative.

Nonostante l’anoressia mentale sia indubbiamente uno dei disturbi più resistenti al cambiamento e le terapie siano generalmente le più lunghe, è possibile guarire e ottenere, con questo trattamento, dei risultati definitivi.

L’efficacia della Terapia Breve Strategica con i casi di anoressia, in particolare quella giovanile, è infatti superiore all’80% e la durata dell’intervento terapeutico non supera, di solito, le venti sedute.

I miglioramenti sono evidenti già dalle prime settimane, scongiurando così eventuali pericoli per la salute delle pazienti.

 

I miei consigli di lettura sul tema dell’anoressia nervosa

 

Il trattamento strategico dell’anoressia giovanile

Per conoscere qualcosa di più riguardo al trattamento in tempi brevi dell’anoressia nervosa, ti consiglio di leggere: L’anoressia giovanile. Una terapia efficace ed efficiente per i disturbi alimentari”, di Giorgio Nardone e Elisa Valteroni (Milano, Ponte alle Grazie, 2017).

Questo testo è recente e raccoglie le ultime scoperte nell’ambito dell’intervento sull’anoressia mentale in adolescenza.

L’esperienza clinica diretta ha infatti messo in luce come esistano varie tipologie di anoressia giovanile, che richiedono strategie terapeutiche differenti: anoressia giovanile pura, anoressia giovanile con exercising (attività fisica compulsiva), anoressia giovanile con binge eating (alternarsi di periodi di restrizione alimentare e di abbuffate), anoressia giovanile con vomiting (vomito autoindotto), anoressia giovanile con autolesionismo (tagliarsi, scorticarsi, bruciarsi ecc.), anoressia giovanile con purging (utilizzo di lassativi), anoressia giovanile con uso di sostanze, anoressia giovanile polisintomatica e/o disturbo borderline di personalità.

Le sperimentazioni del Centro di Terapia Strategica di Arezzo hanno dimostrato come, per trattare l’anoressia nervosa, sia necessario focalizzare l’intervento sull’evocazione del piacere dei cibi temuti, coinvolgere attivamente i famigliari nel processo terapeutico e lavorare sulla distorta percezione estetica delle pazienti, allo scopo di creare avversione per l’eccessivo dimagrimento.

La prima seduta con la ragazza e la sua famiglia ha un ruolo fondamentale per l’esito della terapia, poiché nella maggioranza dei casi, dato che molte anoressiche sono decisamente riluttanti a essere curate, ci si gioca la possibilità di realizzare o meno l’intervento terapeutico.

Vanno quindi utilizzate fin da subito delle tecniche che permettano al terapeuta di innescare dei piccoli cambiamenti nella dinamica famigliare e nella percezione che l’anoressica ha del cibo e del proprio corpo.

Nelle sedute successive, l’obiettivo è quello della ripresa della nutrizione e del recupero graduale del peso, mentre nell’ultima parte della terapia, ci si focalizzerà generalmente su obiettivi relazionali e sul recupero delle capacità e delle risorse personali della paziente.

È un libro che consiglio poiché presenta, in maniera dettagliata, pratica e concreta, un approccio terapeutico efficace ed efficiente al problema dell’anoressia nervosa.

Altra nota di interesse è che in appendice vengano riportate le trascrizioni integrali delle sedute di pazienti che hanno seguito con successo un trattamento presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo.

 

La diffusione del fenomeno “Pro Ana”

Un altro libro recente, molto interessante, riguarda un fenomeno che è comparso più di dieci anni fa all’interno di blog o forum tematici e che, negli ultimi tempi, sta favorendo un’inspiegabile diffusione delle problematiche alimentari.

Oggi infatti, tante ragazze anoressiche manifestano un bisogno di relazione e di definizione della propria identità, così all’interno di alcuni siti, i cosiddetti “Pro Ana”, si scambiano consigli per raggiungere la magrezza estrema, affermando come la loro non sia una patologia, ma un vero e proprio stile di vita.

Silvia Guerini Rocco, all’interno del suo primo saggio,  Fenomeno Pro Ana: una nuova generazione di disturbi alimentari” (Nulla die, 2016), analizza in maniera chiara, accurata e accessibile il fenomeno “Pro Ana” e, in particolare, cerca di rispondere ad alcune domande cruciali: i siti Pro Ana possono causare un disturbo alimentare? Qual è il loro reale grado di pericolosità? Cosa spinge giovani ragazze a desiderare di diventare anoressiche?

Rispetto al peso, tra chi frequenta questo genere di siti vi è molta eterogeneità. Alcune ragazze sono sovrappeso e mirano a raggiungere una magrezza accettabile dal punto di vista medico. Altre invece, pur non essendo sovrappeso, vorrebbero raggiungere un peso basso, altre bassissimo e poco compatibile con la vita.

All’interno di queste comunità virtuali, vi è spesso una figura di leader, una ragazza particolarmente dotata di carisma e vista come persona di successo rispetto al progetto di dimagrimento, da imitare, da emulare, e a cui chiedere consigli.

Per far fronte alla complessità e alla molteplicità di significati legati al fenomeno, l’autrice distingue quattro categorie di atteggiamenti delle utenti di questi blog: Pro Ana “pure”, Pro Ana, ma  solo per se stesse, malate contro la filosofia Pro Ana, malate in via di guarigione.

Si tratta di un libro molto utile anche per i professionisti della salute, poiché attraverso vari articoli di ricerca ma, soprattutto, attraverso le parole autentiche di chi si trova a navigare all’interno di questi siti, permette di comprendere i bisogni e le modalità di pensiero di chi soffre di disturbi alimentari.

 

Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2014): “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5”. Milano, Raffaello Cortina Editore.
  • Guerini Rocco, S. (2016): “Fenomeno Pro Ana: una nuova generazione di disturbi alimentari”, Piazza Armerina (EN), Nulla Die.
  • Nardone, G. Milanese, R. Verbitz, T. (1999): “Le prigioni del cibo. Vomiting, anoressia, bulimia: la terapia in tempi brevi”. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2003): “Al di là dell’amore e dell’odio per il cibo. Guarire rapidamente dalle patologie alimentari”. Milano, RCS Libri.
  • Nardone, G. Valteroni, E. (2017): L’anoressia giovanile. Una terapia efficace ed efficiente per i disturbi alimentari”. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G.: “L’anoressia giovanile: conoscere e trattare con successo una psicopatologia fra le più spaventose”, in Psicologia contemporanea, marzo-aprile, 2017.